Track & Spritz

Track & Spritz T&P nasce nel 2013 come compagnia di ragazzi appassionati di trackday.

Negli anni abbiamo ampliato le nostre passioni ricadendo nell’alcolismo e scoprendo la verità più importante di tutte: "la f1ga non esiste".

Pare che in Ford qualcuno abbia aperto una finestra, fatto uscire un po’ di marketing elettrico e respirato aria normale...
10/06/2026

Pare che in Ford qualcuno abbia aperto una finestra, fatto uscire un po’ di marketing elettrico e respirato aria normale.

Secondo Autocar, infatti, Ford Racing continuerà a sviluppare i suoi folli “Demonstrators”, quei giocattoli da laboratorio tipo Supervan 4.2, F-150 Lightning Supertruck e Mustang Cobra Jet 2200. Solo che, da adesso, non saranno più per forza elettrici.

E già qui, da qualche parte, un ingegnere ha sorriso.

Mark Rushbrook, boss di Ford Racing, ha spiegato che i prototipi dimostrativi resteranno uno spazio libero per sperimentare, ma non saranno più vincolati al full electric. Ford continuerà a lavorare sull’elettrico, certo, ma anche su ibridi e motori a combustione. Tradotto: il prossimo Supervan potrebbe tornare a fare rumore per davvero.

Ed è una notizia bellissima, perché il Supervan è sempre stato una cosa profondamente stupida nel modo giusto: un furgone trasformato in arma da salita, un Transit che invece di consegnare pacchi consegna traumi ai cronometri.

L’elettrico è stato interessante, velocissimo, tecnicamente impressionante. Ma un Supervan termico ha un altro sapore. Ha scarichi, vibrazioni, cambiata, cattive intenzioni. Ha quella componente completamente inutile e quindi fondamentale che chiamiamo carattere.

Ford dice che vuole usare questi progetti per imparare su motori, batterie, controlli, aerodinamica e calibrazione. Bene. Impari pure tutto.

Ma se davvero il prossimo Supervan tornerà a combustione, allora forse non tutto è perduto.

A volte il futuro fa una cosa intelligente: si ricorda di accendere un motore.

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Nel nostro viaggio tra si*****te, alcolici e grafiche che hanno reso il motorsport molto meno sterile di oggi, prima o p...
10/06/2026

Nel nostro viaggio tra si*****te, alcolici e grafiche che hanno reso il motorsport molto meno sterile di oggi, prima o poi doveva arrivare lei.

La Lancia Delta HF Integrale Martini.

Tecnicamente una compatta. Spiritualmente, un’arma da rally con la targa.

Tra il 1987 e il 1992 la famiglia Delta mise insieme sei titoli costruttori consecutivi nel Mondiale Rally. Sei. Una sequenza talmente dominante che oggi sembrerebbe scritta da un social media manager ubriaco di nostalgia.

E invece era tutto vero.

La Delta non era bella in senso classico. Era larga, corta, quadrata, muscolosa. Aveva quell’aria da elettrodomestico italiano che, invece di centrifugare, decide di umiliare Audi, Toyota e Ford su neve, ghiaia e fango.

Poi c’era la Martini.

Bianco, blu, azzurro, rosso. Linee tese, pulite, perfette. Una livrea da aperitivo, sì, ma con il bicchiere appoggiato sopra una cassa di differenziali, turbine e frizioni bruciate.

In questa rubrica dedicata ai vizi da corsa, la Delta Martini rappresenta l’alcol nella sua forma più patriottica: non quello da lounge bar.

Quello da mondiale rally vinto con le nocche sporche.

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Ci siamo. Oggi Le Mans 2026 smette di essere una voce sul calendario e torna a essere quella cosa lì: il posto in cui il...
10/06/2026

Ci siamo. Oggi Le Mans 2026 smette di essere una voce sul calendario e torna a essere quella cosa lì: il posto in cui il motorsport si toglie la cravatta, si sporca le mani e resta sveglio per ventiquattro ore.

La 94ª edizione della 24 Ore di Le Mans entra ufficialmente nel vivo: settimana di prove, qualifiche, Hyperpole e poi il via della gara sabato 13 giugno alle 16:00. Un giro dell’orologio intero sul Circuit de la Sarthe, 13,626 km di rettilinei, staccate, traffico, notte, alba e decisioni prese con il cuore a 300 all’ora.

La Hypercar è ormai il ring più serio del motorsport moderno: Ferrari arriva da regina da ba***re, Toyota vuole riprendersi il trono, Porsche non è mai lì per fare arredamento, Cadillac porta il rumore dell’America, Peugeot continua a cercare il colpo grosso, BMW e Alpine hanno fame, Aston Martin ha riportato un nome pesante dove merita stare. E in mezzo ci sono LMP2 e LMGT3, cioè il traffico più nobile e pericoloso del pianeta.

Le Mans non è una gara normale. Non vince sempre la macchina più veloce. Vince quella che sopravvive meglio. Quella che non si rompe. Quella che gestisce gomme, freni, doppiaggi, pioggia, buio e piloti con gli occhi rossi come fanali posteriori.

È l’anti-videogioco per eccellenza.
Una pista vera, macchine vere, uomini veri, errori veri.

Per questo ogni anno ci torniamo.
Perché Le Mans non promette spettacolo.

Lo pretende.

Ci sono auto che nascono per spostarti.E poi ci sono auto che nascono per ricordarti che, prima dei touchscreen, dell’ib...
10/06/2026

Ci sono auto che nascono per spostarti.
E poi ci sono auto che nascono per ricordarti che, prima dei touchscreen, dell’ibrido plug-in e delle portiere che si aprono come un frigorifero coreano, esisteva una cosa chiamata automobile.

La Boreham Motorworks Es**rt Mk1 RS è esattamente questo: una Ford Es**rt nuova di zecca, costruita su licenza ufficiale Ford, ma con l’anima di un’epoca in cui per andare forte servivano piede, mani e un minimo di incoscienza.

Limitata a 150 esemplari, pesa 895 kg a secco e sotto il cofano m***a un quattro cilindri aspirato 2.1 da 325 CV capace di urlare fino a 10.000 giri. Diecimila. Su una Es**rt. Roba che se la accendi vicino a una colonnina di ricarica, probabilmente questa chiede il trasferimento.

Cambio manuale dog-leg a cinque marce, lubrificazione a carter secco, componenti billet e forgiati, ponte posteriore alleggerito in alluminio e titanio, passo allungato di 30 mm ispirato alle Alan Mann Racing del 1968. Quindi sì, sembra una Mk1, ma sotto è stata ricostruita con la serietà chirurgica di chi non vuole fare cosplay: vuole fare meccanica.

Il prezzo parte da 295.000 sterline. Non poco, certo. Ma viviamo in un mondo in cui qualcuno spende cifre simili per SUV elettrici da 2,7 tonnellate che fingono di essere sportivi.

Questa invece è leggera, aspirata, manuale, analogica e probabilmente rumorosa nel modo giusto.

In altre parole: una Es**rt che non torna dal passato.
Lo prende a calci e lo riporta in strada.

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Seconda tappa del nostro viaggio tra le livree proibite: si*****te, alcolici e macchine da corsa che oggi verrebbero sco...
09/06/2026

Seconda tappa del nostro viaggio tra le livree proibite: si*****te, alcolici e macchine da corsa che oggi verrebbero scortate fuori da qualunque riunione marketing con la sirena accesa.

E qui entriamo nel tempio: Lotus John Player Special.

Nero e oro. Fine della discussione.

Non era una livrea. Era un completo da sera cucito su una Formula 1. Una di quelle grafiche talmente perfette da far sembrare tutto il resto una bozza fatta male su PowerPoint.

La Lotus 79 portò l’effetto suolo a un livello nuovo: non tagliava l’aria, la prendeva per il collo e la costringeva a schiacciarla sull’asfalto. Mario Andretti ci vinse il mondiale 1978, mentre gli altri provavano a capire perché improvvisamente la fisica avesse deciso di cambiare squadra.

Ma il capolavoro era estetico.

La JPS non aveva bisogno di urlare. Stava lì, nera, lucida, dorata, aristocratica e pericolosa. Sembrava una Rolls-Royce che aveva lasciato il club privato per andare a fare cose illegali con un cambio Hewland.

In questa serie sulle livree dei vizi, lei è forse la più elegante.

Non la più sfacciata.
Non la più volgare.
La più colpevole.

Perché fumare farà anche male.

Ma guardare una Lotus JPS fa ancora benissimo.

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Oggi iniziamo un piccolo viaggio nel lato più scorretto, affascinante e irripetibile del motorsport: le grandi auto da c...
08/06/2026

Oggi iniziamo un piccolo viaggio nel lato più scorretto, affascinante e irripetibile del motorsport: le grandi auto da corsa vestite da si*****te e alcolici.

Un’epoca in cui le livree non erano “brand identity”. Erano peccati capitali con quattro ruote, sponsor giganteschi e un livello di fascino che oggi farebbe esplodere qualunque ufficio legale nel raggio di 300 km.

E non potevamo che partire da lei: la McLaren MP4/4 Marlboro.

1988. Senna, Prost, Honda turbo. Quindici vittorie su sedici gare. Una stagione talmente dominante da sembrare quasi maleducata.

La MP4/4 non era solo veloce. Era chirurgica. Bassa, compatta, spietata. Una macchina costruita per trasformare ogni Gran Premio in una pratica amministrativa, con gli altri team nel ruolo poco gratificante dei testimoni oculari.

Poi c’era quella livrea: bianca, rossa, Marlboro. Talmente semplice da diventare immortale. Non sembrava sponsorizzata da un marchio di si*****te. Sembrava proprio una sigaretta lanciata a 300 all’ora con Ayrton Senna seduto dentro.

Oggi sarebbe impossibile. Vietata, ripulita, corretta, sostituita da qualche logo tech senza anima.

Ed è proprio per questo che funziona ancora.

Perché la MP4/4 non appartiene solo alla storia della Formula 1.

Appartiene alla storia dei vizi fatti bene.

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Audi, per anni, è stato quel collega impeccabile: camicia stirata, Excel aperto, integrale quattro e conversazioni termi...
05/06/2026

Audi, per anni, è stato quel collega impeccabile: camicia stirata, Excel aperto, integrale quattro e conversazioni terminate alle 17:30.

Poi, evidentemente, qualcuno a Ingolstadt ha rovesciato il caffè (o altro) sulla tastiera.

La Nuvolari non è l’erede della R8. È un fucile da 1.001 CV, costruita in appena 499 esemplari e proposta a circa 600.000 euro: un V8 biturbo 4.0 da 800 CV capace di urlare fino a 10.000 giri, aiutato da tre motori elettrici a flusso assiale. Risultato: 0-100 in 2,6 secondi, 0-200 sotto i 6,8 e oltre 350 km/h.

Spaceframe in alluminio, carrozzeria interamente in carbonio, circa 1.730 kg a secco, aerodinamica attiva con oltre 400 kg di carico e un nuovo sistema quattro predittivo che distribuisce coppia, freni e downforce prima ancora che il pilota abbia finito di capire cosa stia succedendo.

Persino la frenata rigenerativa arriva a 2,8 megawatt, perché evidentemente anche recuperare energia doveva sembrare una sessione di qualifica.

Sull’estetica, però, non ci sbilanciamo. In foto è estrema, monolitica e forse persino troppo studiata. Prima di giudicarla vogliamo vederla dal vivo, dove proporzioni e superfici smettono di essere rendering e iniziano a essere automobile.

Ma una cosa possiamo dirla: vedere Audi, la Casa più razionalmente noiosa del pianeta, costruire qualcosa di così inutilmente f***e ci rende sinceramente felici.

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Ci sono giorni in cui essere italiani significa lamentarsi del traffico, del bollo, dell’INPS e del fatto che al bar il ...
31/05/2026

Ci sono giorni in cui essere italiani significa lamentarsi del traffico, del bollo, dell’INPS e del fatto che al bar il cornetto alla crema costi ormai come una frizione Sachs.

Poi ci sono giorni come questo.

Mugello. Colline toscane, bandiere ovunque, gente che urla come se stesse assistendo alla resurrezione del carburatore. E davanti a tutti Marco Bezzecchi. Italiano. Su Aprilia. Italiana. Che vince in casa, nel posto dove anche l’asfalto sembra avere il passaporto tricolore.

Già così sarebbe abbastanza per stappare qualcosa di serio. Ma no, perché il motorsport, quando vuole, sa ancora scrivere sceneggiature che Netflix può solo guardare in silenzio.

A sbandierare c’è Kimi Antonelli, cioè il futuro italiano della Formula 1 che saluta il presente italiano della MotoGP. Una specie di passaggio di testimone patriottico, ma con più cavalli, più rumore e decisamente meno retorica da cerimonia comunale.

E poi il casco. Quello dedicato ad Alex Zanardi. Non una grafica furba, non marketing emotivo da quattro adesivi messi lì per far piangere LinkedIn. Un omaggio vero, pesante, a uno di quelli che ha spiegato al mondo che gli italiani, quando cadono, a volte non si rialzano: ripartono più forte.

Bezzecchi, Aprilia, Mugello, Kimi, Zanardi.

Cinque parole che oggi bastano per ricordarci una cosa semplice: possiamo essere un Paese complicato, litigioso, tragicomico e amministrativamente ingestibile.

Ma quando mettiamo insieme talento, cuore e motori, il resto del mondo può solo togliersi il cappello.

O almeno il casco.

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La nostra idea di Ferrari Luce è leggermente differente. 🖊️/📸:  + ChatGPT + Canva
26/05/2026

La nostra idea di Ferrari Luce è leggermente differente.

🖊️/📸: + ChatGPT + Canva

Ferrari  .Già il nome sembra uscito da una riunione marketing fatta in una spa di Cupertino, tra una tisana detox e il r...
26/05/2026

Ferrari .

Già il nome sembra uscito da una riunione marketing fatta in una spa di Cupertino, tra una tisana detox e il render di un tostapane da 550.000 euro.

È la prima Ferrari elettrica. Quattro motori, oltre 1.000 CV, 0-100 in circa 2,5 secondi, 122 kWh di batteria e più di 500 km dichiarati di autonomia. Numeri enormi, certo. Ma anche i frigo industriali hanno numeri enormi, e nessuno li chiama eredi della F40.

Il problema non è che vada forte. Oggi va forte anche un elettrodomestico con le gomme giuste. Il problema è che Ferrari, quella dei V12 che ti aprivano lo sterno come una messa nera a 9.000 giri, ora ci presenta una berlina elettrica a cinque posti con vibrazioni simulate per ricordarti che una volta, lì davanti, c’era qualcosa di vivo.

È come mettere il profumo di legna bruciata su un camino digitale (ed ho inserito una metafora quantomeno educata, ne avevo in mente un'altra).

Poi arriva il prezzo: 550.000 euro. Mezzo milione per una Ferrari che non urla, non puzza, non vibra davvero, non ti minaccia fisicamente. Ti accompagna. Ti coccola. Ti aggiorna, probabilmente.

La chiamano Luce. Ed è un nome perfetto, perché segna il momento esatto in cui qualcuno a Maranello ha spento il buio sacro della combustione per accendere una lampada da showroom.

Sarà velocissima. Sarà tecnologica. Sarà raffinata.

Ma se questa è la del futuro, allora il futuro ha il rumore triste di una notifica push.

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Indirizzo

Via Abetone Inferiore
Maranello

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