Registro Storico Piloti

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17/06/2026

🟦 𝟭𝟲 𝗚𝗜𝗨𝗚𝗡𝗢 𝟭𝟵𝟵𝟭▪️𝗛𝗘𝗔𝗟𝗘𝗬 𝗘 𝗙𝗔𝗡𝗧𝗢𝗡: 𝗚𝗟𝗜 𝗘𝗥𝗢𝗜 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗕𝗔𝗟𝗗𝗔𝗦𝗦𝗘𝗥𝗢𝗡𝗔 💪

Esattamente 35 anni fa andava in scena, sul magnifico impianto di San Marino, una delle prove più infuocate nella storia del Mondiale classe 250 🏆
Alla vigilia del 6° round del torneo iridato della quarto di litro, l'attesa era tutta per il duello al vertice tra Alex Puzar, campione in carica, e l'eterno rivale Trampas Parker ✊
Lo sport, come in altri casi, seppe però sovvertire la situazione, regalando così momenti indimenticabili al numeroso pubblico accorso sul tracciato della Baldasserona 🇸🇲
I duellanti per la corona iridata, infatti, non incisero sull'andamento della gara, ma le emozioni non vennero meno 👊
Mike Healey e Michele Fanton si ersero a protagonisti della giornata, diventando i mattatori della prova 🔝
L'americano, dopo aver fatto registrare il giro più veloce nel corso delle prove ufficiali, si impose con decisione nella prima manche, vincendo con quasi 10 secondi di vantaggio sull'olandese Dave Strijbos 🥇
Nella frazione conclusiva, l'alfiere della KTM sembrava avviato verso un nuovo successo, ma Michele Fanton con un moto d'orgoglio rispolverò la classe dei giorni migliori e, dopo la sfortuna patita in troppe occasioni, portò a casa con pieno merito il successo 👍
Un trionfo voluto fortemente per il talentuoso pilota veneto, capace di infilare lo yankee a poche centinaia di metri dal traguardo, scatenando il boato degli appassionati 🔥
La classifica di giornata vide così Mike Healey sul gradino più alto del podio, con al suo fianco un mai domo Michele Fanton, autore di una delle più belle prestazioni della sua carriera 👏

( 📸 Emiliano Ranieri )

17/06/2026
17/06/2026
17/06/2026
17/06/2026

MARC MÁRQUEZ: IL COSTO DI UN SOGNO
Nel corso di una lunga intervista concessa a Bader Benlekehal per il canale YouTube francese Automoto, Marc Márquez ha ripercorso la propria infanzia, gli anni dei sacrifici, il ruolo fondamentale della sua famiglia e il percorso che lo ha portato fino alla MotoGP.

Ho tradotto per voi integralmente l'intervista in italiano sperando di far cosa gradita.

Marc, la mia prima domanda riguarda i ricordi dell'infanzia. Qual è il tuo primo ricordo legato alle moto?

«Fu una specie di high side, ma senza il vero high side. Però sì, quello è il primo ricordo.
Naturalmente ce n'è un altro molto bello, ed è probabilmente il primo che mi viene in mente: i fine settimana che passavamo in famiglia. Andare a correre non significava semplicemente presentarsi alla gara. Significava trascorrere il weekend insieme in un camper molto piccolo. In realtà non era nemmeno un camper, era più una specie di piccolo furgone da campeggio. Eravamo lì tutti insieme, in famiglia, e quello è uno dei miei primi ricordi.»

Credo che tu abbia ricevuto la tua prima moto prima dei quattro anni. Com'era?

«Il mio compleanno è a febbraio e a Natale ricevetti la mia prima moto, una moto con tre marce. Avevo quasi quattro anni. Era una Yamaha Peewee. Credo che molti piloti della mia generazione abbiano iniziato con quella moto. All'epoca era praticamente l'unica disponibile.

Cominciammo con il motocross insieme a mio padre.
Mi raccontano che ogni Natale dicevo sempre la stessa cosa: ‘Voglio solo una moto, ma una moto vera, non una moto elettrica. Voglio una moto con il motore’»

Hai iniziato a correre a quattro anni, ma in teoria non avresti potuto gareggiare prima dei cinque. È vero?

«Sì, è vero. Ho iniziato a quattro anni, ma l'età minima era cinque. In realtà non era legale.

Però è vero che disputai una gara quando avevo quattro anni e dieci mesi, erano tempi diversi.
C'erano alcuni amici che organizzavano una prova del campionato catalano e mi permisero di partecipare.
Era una gara di enduro. Quindi a cinque anni, iniziai ufficialmente a gareggiare con le moto da enduro.

Poi a sei o sette anni, non ricordo esattamente, iniziai il campionato di motocross. Mi piaceva di più il motocross perché si correva in circuito chiuso e quindi passai definitivamente a quella disciplina.

A otto anni provai per la prima volta le gare su asfalto.

E lì fui molto fortunato, perché le moto costano. La mia famiglia era una famiglia normale, né povera né ricca.
Comprare una piccola moto per un bambino era già uno sforzo economico importante.
I soldi che normalmente sarebbero serviti per le vacanze venivano spesi per le moto.

A casa nostra non esistevano le vacanze, esistevano solo le gare, perché a me e poi anche a mio fratello piacevano le moto.

Fui molto fortunato perché quando avevo nove anni una squadra decise di investire su di me e da quel momento non rappresentai più un costo per la mia famiglia. Fu il sostegno più importante che mi permise di continuare a crescere»

Hai sempre avuto la reputazione di essere un pilota che conosce il valore del denaro e dei sacrifici fatti dalla propria famiglia. È vero?

«Mio padre mi ha educato così. Per esempio mi diceva sempre: ‘Se vuoi andare in moto, non possiamo andare a Disneyland’. Bisogna fare delle scelte, se vuoi correre in moto, devi rinunciare ad altro'

A me piaceva moltissimo anche il calcio, chiedevo sempre a mio padre di giocare in una squadra con i miei amici e lui mi diceva: ‘Scegli come usare il tuo tempo e i tuoi soldi. Io spenderò i miei soldi per le tue moto, ma il tuo tempo devi decidere tu come utilizzarlo. Vuoi dedicarlo alle moto o al calcio?’.
E io sceglievo sempre le moto.

Credo che mio padre non fosse felicissimo di quella scelta, perché il calcio sarebbe costato meno. Ma il suo era solo un esempio, ha sempre cercato di insegnarmi nel modo corretto il valore della vita.»

Quando hai capito di essere più portato per la velocità e per il mondo dei Gran Premi che per il fuoristrada?

«Ci allenavamo sempre in una pista di motocross ma il proprietario, che seguiva molto il motociclismo in pista, diceva continuamente a mio padre che avevo una velocità di percorrenza in curva adatta alle gare su pista.

Poi in Catalogna venne creata una coppa promozionale con una moto francese, la Conti.

Era una formula accessibile per una famiglia normale: con circa 3.000 euro avevi tutto, la moto, la tuta, il casco e la licenza.

Mio padre disse: ‘Proviamo per un anno’.

In realtà io volevo continuare nel motocross perché lì vincevo, mentre nelle gare su asfalto ero molto piccolo, la Conti era grande per me, cadevo spesso e non vincevo.

Poi arrivò quella squadra che decise di sostenermi e mio padre mi disse: ‘So che ami il motocross, ma continua sull'asfalto, questa squadra vuole investire su di te e tutti dicono che hai talento per questa disciplina’.»

Nelle prime gare eri così piccolo che tuo padre doveva tenerti in equilibrio sulla griglia di partenza.

«Sì, è vero, come ho detto, ero minuscolo, avevo otto anni.

Partivo sempre in fondo alla griglia perché non riuscivo ad appoggiare i piedi a terra.

Mio padre mi teneva fermo fino al via e quando la gara iniziava partivo dietro a tutti.»

Fuori dalla pista sembri una persona molto gentile, molto sensibile, legata alla famiglia, però nel paddock hai la reputazione di essere durissimo. Come fai a essere così diverso?

«Cerco di essere gentile con le persone, ma non puoi essere gentile con i tuoi avversari, è la competizione.

Cerchi sempre di essere corretto, ma sei sempre al limite, perché la competizione serve a vincere.

Quello che faccio in pista è cercare il modo migliore per vincere, cerco di attaccare quando posso. A volte ci riesci, altre volte no. Ma quando smetto di correre sono una persona normale.

Certo, non puoi essere amico di tutti, ma cerco sempre di prendermi cura delle persone che fanno parte della mia vita.
In pista invece provo sempre a trovare il miglior compromesso e a guidare al limite, perché è proprio il limite a darti quell'adrenalina di cui il nostro corpo ha bisogno.»

Cosa significa correre contro tuo fratello?

«L'anno scorso è stato probabilmente il nostro anno migliore, abbiamo chiuso primo e secondo nel campionato.
Vivevamo insieme, ci allenavamo insieme, seguivamo la stessa dieta, prendevamo gli stessi integratori. Tutto uguale. Poi però in pista lui lavorava con la sua squadra e io con la mia.
Superare tuo fratello è diverso dal superare qualsiasi altro pilota, questo è vero.

Però entrambi capiamo la situazione.

All'inizio della stagione gli dissi: ‘Quest'anno il tuo livello è altissimo, ci troveremo a combattere uno contro l'altro, qualunque cosa succeda in pista, resteremo fratelli’.

Per spiegare meglio il concetto… è come nel calcio.
Quando Barcellona e Real Madrid si affrontano, i giocatori difendono i colori della propria squadra, poi qualche mese dopo si ritrovano insieme in Nazionale e sono grandi amici.
Tra piloti succede qualcosa di simile.

In pista la competizione è enorme, ma quando la stagione finisce il rapporto torna molto più sereno.»

Com'è la vita di un pilota MotoGP oggi?

«Per essere un pilota MotoGP devi essere un atleta a tempo pieno. Essere un atleta significa pensare ventiquattro ore al giorno a come migliorare la tua condizione fisica. Non significa allenarsi ventiquattro ore al giorno, ma significa seguire una dieta corretta, allenarsi nel modo giusto e circondarsi delle persone giuste.

Di solito mi sveglio tra le sette e mezza e le otto, faccio colazione e poi una sessione cardio, che può essere in bicicletta, o running oppure giro in moto.

Poi mi riposo, pranzo e nel pomeriggio faccio palestra per un'ora o un'ora e mezza. Questa è la mia giornata normale.»

E fuori dalle gare chi è Marc Márquez?

«È importante staccare un po', non puoi passare 365 giorni all'anno pensando soltanto alle moto, ho una fidanzata, ho la mia famiglia.
In estate riesco normalmente a prendermi una settimana o una settimana e mezza di vacanza, in inverno qualcosa di più, due settimane o due settimane e mezza.

Quando sono in modalità gara sono una persona molto intensa, quando sono in vacanza sono rilassato. Li non mi piace avere programmi rigidi, li odio. Ho già abbastanza orari da rispettare durante i weekend di gara e nella vita quotidiana.

Quando sono in vacanza dico alla mia fidanzata e alla mia famiglia: ‘Ci svegliamo e poi decidiamo cosa fare’. Non voglio piani troppo rigidi.»

Ho deciso di riportavi questa intervista perché la cosa che mi ha colpito è che non si parla quasi mai di talento, di gare o di mondiali vinti. Si parla invece di educazione, di sacrifici e di responsabilità.

Tra tutte le risposte emerge con forza una figura su tutte: quella di suo padre.

Non solo il padre che accompagna il figlio alle gare, ma il padre che gli insegna che ogni scelta ha un prezzo. Se vuoi le moto non puoi andare a Disneyland.

Se vuoi inseguire un sogno devi rinunciare a qualcos'altro.
Se vuoi ottenere qualcosa, nessuno ti regalerà nulla.

Sono insegnamenti semplici, quasi banali all'apparenza, eppure sono gli stessi principi che ritroviamo ancora oggi nel Marc Márquez adulto, nel pilota che dopo ogni caduta si rialza, che dopo ogni infortunio torna a rischiare e che continua a pretendere il massimo da sé stesso.

Questa foto non mostra il campione che tutti conosciamo.

Mostra un padre che tiene in equilibrio la moto di suo figlio e, senza saperlo, sta tenendo in equilibrio anche il suo futuro.

E forse il vero Marc Márquez nasce proprio lì.

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